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La produzione del latte prevede che i vitelli vengano strappati alle loro madri e, se maschi, uccisi a pochi mesi di vita, trascorsi in box minuscoli e bui per impedirne il minimo movimento al fine di ottenere una carne più tenera. Per la produzione di carne bianca vengono resi anemici nutrendoli con un surrogato del latte Se invece l’obiettivo è quello di ottenere carne di manzo, vengono fatti ingrassare con appositi alimenti arricchiti di ormoni sino all’età di due anni. Le femmine sono invece destinate a diventare mucche da latte. La mucca produce latte solo per il suo cucciolo e solo dopo la gravidanza e smette di produrlo dopo averlo svezzato. In natura lo svezzamento avverrebbe dopo circa un anno, mentre negli allevamenti le mucche vengono continuamente inseminate artificialmente e munte per mesi attraverso macchinari che impediscono l’arresto nella secrezione del latte e anzi ne aumentano la portata. Gli animali arrivano a produrre fino a 40 litri di latte al giorno, ossia una quantità di latte pari a 10 volte di più di quella che produrrebbe in natura, con la conseguenza di un frequente sviluppo di malattie alle mammelle, che diventano doloranti per le mastiti e gonfie di pus, che, tra l’altro, finisce nel latte. In questo scenario la somministrazione di farmaci diviene indispensabile per salvaguardare la produzione. Quando la mucca è stata sfruttata il più possibile e comincia a produrre meno latte viene portata al macello, più o meno intorno ai sette anni di vita, quando in natura potrebbe vivere anche fino a quarant’anni.

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